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08/04/10

Trench, un classico del guardaroba


Il trench è un capospalla classico del guardaroba: non passa mai di moda ed è adatto a qualsiasi età. E' perfetto per la primavera e per le stagioni di mezzo, in cui c'è ancora necessita di coprirsi dal freddo e dall'umidità. A seconda del tipo di tessuto e della pesantezza è chiamato anche soprabito (gabardine di cotone foderato), impermeabile (gabardine misto trattato antipioggia, con o senza fodera) oppure spolverino (tessuti leggeri di seta o cotone, sfoderati). 
Il modello classico - molto glamour - ha l'allacciatura doppiopetto, le spalline (avete presente i vecchi cappotti dei militari inglesi?), il sottogola e la cintura con la fibbia. Si indossa sopra la giacca - occhio quindi all'ampiezza del giromanica, che dev'essere largo e alla fodera interna perché se non c'è il tessuto fa attrito con la giacca  - sopra un pullover o un abito.

Esiste in diverse varianti di colori da quelli classici a quelli più trendy, ma se volete andare sul sicuro con una tinta che si accosti a tutto, puntate su beige e blue navy: il primo dà luce alla carnagione, il secondo (nella foto in basso un modello di Diffusione Tessile) sta bene a tutte: bionde, castane, more e rosse. Se invece siete delle "black victim", puntate su un colore che stacchi, acceso e brillante (siamo o non siamo in primavera?) come il rosa (nella foto in alto), il rosso o il verde smeraldo.



30/03/10

Voglio fare la modella

"Voglio fare la modella". E' una frase che sento spesso fra le adolescenti. Un sogno ad occhi aperti, esclusivo, dorato e difficile da realizzare. Vediamo insieme perché. Quali sono le caratteristiche fisiche della modella?


L'altezza minima è 170 cm. È richiesta perché la modella deve poter indossare - senza alcun problema - la collezione campionaria degli stilisti. Si tratta dei primi capi, spesso cuciti a mano, e sono sempre realizzati in una taglia 40 "allungata", la taglia della maggior parte delle modelle. Questi capi vengono usati sia per le sfilate che per i servizi fotografici. Se una ragazza è più bassa di 170 cm. le proporzioni sono diverse e i capi non "cadranno" come devono. Per questo motivo le agenzie richiedono come altezza minima 170 cm. Ovviamente ci sono eccezioni che confermano la regola, vedi la top model Kate Moss. Ma se una ragazza è molto bella, fotogenica (oppure molto famosa) gli stilisti sono anche disposti a modificare i capi per lei. L'altezza di 170 cm. perciò non è un limite assoluto. Se siete leggermente più basse e volete fare la modella, date ascolto all'agenzia. Solo il loro occhio "esperto" capirà se potrete lavorare come modella o meno... Le taglie richieste sono la 40 e la 42, ed è molto importante il corpo ben proporzionato. Non è necessario avere le mitiche misure 90 - 60 - 90, ma le misure devono comunque avvicinarsi a questi numeri.

Sia per viso che per il corpo, la pelle deve essere tenuta in perfetto ordine. I tatuaggi e i piercing che fanno tanto glamour su una modella famosa, non producono lo stesso effetto su colei che ancora non lo è, anzi, potrebbero anche compromettere un lavoro!

Suggerimenti: struccarsi sempre prima di andare a dormire, usare le creme indicate per la propria pelle, eseguire un peeling leggero ogni settimana e una pulizia profonda al mese. E se avete qualche brufolino non fatene un dramma: un bravo truccatore lo riesce a camuffare sempre! Tenere la pelle del corpo sempre idratata e perfettamente depilata, inguine ed ascelle compresi. Da evitare assolutamente prima di una sfilata la depilazione con rasoio che irrita i pori della pelle, le creme per il corpo, i profumi e i deodoranti profumati. Se ci sono problemi di sudorazione abbondante è meglio orientarsi su un prodotto anti-traspirante - da usare solo in queste occasioni - che troverete facilmente in ogni profumeria. Attenzione anche agli autoabbronzanti che lasciano sempre una patina gialla sulla pelle, che poi si trasferisce inevitabilmente sui vestiti.

I capelli possono essere corti o lunghi. Devono essere sempre puliti e in ordine. Un capello sano e lucente valorizza qualsiasi viso. L'agenzia vi consiglierà il taglio, e talvolta anche il colore, che valorizzerà al massimo il volto. Attenzione a mantenere il colore brillante ed evitate brutti effetti "ricrescita" che danno un'immagine di trascuratezza! Le mani e i piedi devono essere sempre ben curati, le unghie limate per evitare danni ai vestiti. Quindi, niente unghie finte dalla lunghezza chilometrica. I denti devono essere sani e ben allineati. Occorre mantenerli splendenti facendo due volte all'anno una pulizia dei denti dal proprio dentista e se serve, qualche trattamento sbiancante.

Il mestiere di modella

Se ritenete di possedere i requisiti sopracitati e siete convinte di voler intraprendere la carriera di modella - che è un vero e proprio lavoro - il primo passo che dovete fare è imparare che questa professione non s'improvvisa, ma richiede impegno e costanza. Fare la modella non è un lavoro facile, sia per quelle di voi che sono alle prime armi, sia per quelle già "navigate". Ci sono alcuni aspetti del carattere che dovreste assolutamente avere, altrimenti rischia di diventare tutto molto difficile. La professione di modella non è facile. Possono passare settimane e addirittura mesi prima di iniziare a lavorare con una certa frequenza. Dovete avere una forte personalità, decisa a perseguire i propri obiettivi anche nei momenti difficili. Per questo è indispensabile armarsi di pazienza. Vi capiterà spesso, per esempio, di dover affrontare più casting al giorno, girando da un punto all'altro della città. Se siete solo all'inizio, è indispensabile lo spirito di adattamento: non è facile girare il mondo adattandosi a qualsiasi tipo di alloggio, e a qualunque tipo di lavoro, per esempio indossare pellicce in piena estate. Conoscere le proprie potenzialità e considerarsi all'altezza del lavoro è indispensabile: l'autostima dev'essere la vostra arma migliore per raggiungere ogni obiettivo. Dovrete anche imparare ad accettare serenamente le critiche e gli insuccessi. Lo spirito di sacrificio è un altro ingrediente insostituibile per poter fare la modella: dovrete affrontare delle diete, ginnastica e ore di allenamento, andare a dormire presto per poi magari alzarsi alle cinque di mattina per iniziare a lavorare alle sei (capita anche questo). Ricordate che ci vuole anche senso di responsabilità, le persone si dovranno fidare di voi. Infine volontà, costanza e specialmente buon senso: dote indispensabile per muoversi in questo difficile mondo.

Una dote assolutamente indispensabile per il lavoro di modella e di fotomodella è l'autostima. Vi aiuterà  a raggiungere gli obiettivi sui quali avete puntato e ad accettare anche eventuali critiche in maniera serena, dimostrandovi sicure in ogni circostanza, anche nei momenti più difficili. Vi servirà per andare sempre al massimo, riuscendo a mostrare la faccia migliore e per funzionare perfettamente in qualsiasi situazione. Stimarsi significa essere in una condizione esistenziale necessaria per avere successo, ma anche riuscire a comunicare meglio con gli altri. Avere autostima vuol dire essere glamour, charmant, sicure dei propri gesti e soprattutto sopra le righe, anche questo un aspetto fondamentale per chi desidera entrare a far parte del mondo della moda. La concorrenza è spietata e, se non imparerete a distinguervi dalle altre, finirete per non essere nemmeno tenute in considerazione. Acquisire sicurezza, autodeterminazione e maggiore considerazione servirà sicuramente per farcela in ogni contesto nel migliore dei modi. Saper credere in se stessi é molto importante. Ma, attenzione, questo non significa eccedere in presunzione o narcisismo. Avere autostima è la condizione indispensabile per saper affrontare situazioni imbarazzanti.

Ordine - Disciplina - Puntualità - Educazione

Una modella dev'essere professionale, presentarsi in orario agli appuntamenti e al lavoro. Deve essere affidabile e impegnarsi per ottenere un risultato ottimale, indipendentemente dal fatto che si tratti di un servizio fotografico o di una sfilata. Deve sapersi comportare in ogni situazione, con educazione e garbo e saper sorridere anche in situazioni difficili.

continua...

24/03/10

Il matrimonio semplice semplice

Questo è il periodo in cui le future spose vengono a studio in cerca di consigli per il matrimonio. Non sono una wedding planner e neanche mi interessa diventarlo. Resto sempre una consulente d'immagine, quindi aiuto loro a schiarisi le idee e a realizzarle da sole o con l'aiuto di professionisti del campo. L'importante è capire bene che tipo di matrimonio hanno in testa e creare un filo conduttore che leghi tutto insieme con eleganza e stile. Certo non è facile... perché i concetti che dovrebbero essere "comuni" sono molto spesso "personali", ma soprattutto il concetto di "semplice" non è così semplice come sembra.

La futura sposina tipo è seduta di fronte a me. E' sempre molto emozionata; su alcune cose è sicura, quasi granitica, su altre - soprattutto quelle pratiche - è completamente persa. Come Alice nel paese delle meraviglie.

«Vorrei un matrimonio semplice. E non vorrei spendere cifre... Ci sposeremo in chiesa, o meglio in basilica, a maggio del prossimo anno.»
«Molto bene. Hai già qualche idea sul tipo di cerimonia e di ricevimento che ti piacerebbe fare?»
«Qualcosa in mente ce l'ho...»
«Allora racconta come te lo immagini.»
«Be', mi immagino la chiesa piena di rose rosse, un bel tappeto rosso lungo la navata cosparso di petali, l'organo che suona e io che entro a braccetto di papà preceduta da due damigelle... le mie nipotine.»
«Quindi, una cerimonia formale?»
«No, no, semplice semplice.»
«E, il ricevimento? Dove vorresti farlo?»
«In villa. Sì, ne ho viste di molto belle con dei parchi stupendi dove fare il rinfresco.»
«Hai già in mente l'abito?»
«Sì. Ho portato delle foto che ho preso dalle riviste.»
Guardo le foto sparse sul tavolo che ritraggono modelle in abiti pomposi niente affatto semplici. Prevale il bianco, ma c'è anche rosa e azzurro. Idee tante e confuse.
«Allora, ricapitolando. Vuoi fare un matrimonio semplice, in chiesa, con cerimonia classica, fiori, musica, damigelle e abito con strascico e velo a cattedrale... tutto chiaro! Hai già fatto per caso un elenco degli invitati? Sai quanti saranno?»
«Sì. Di parenti saremo circa 200... forse qualcuno in più dell'ultimo minuto e il resto sono tutti amici. Non dovremmo superare i 250 invitati.»

Alla faccia del matrimonio semplice semplice.

19/03/10

Ottimizzare, eliminare, riorganizzare

Ottimizzare, eliminare, riorganizzare.
Per sopravvivenza? No. Per vivere meglio. Perché così non si va avanti.
Scendere a compromessi con me stessa è un bel casino. Sono una poliedrica iperattiva. Sono un albero che mette sempre nuovi rami e germogli. So dove inizio ma non so dove finisco. E quindi? Quindi meglio fermarsi un attimo a rivedere i propri impegni prima di schiattare come una pera matura caduta dal ramo.

Sono giorni che scrivo su carta e pianifico. Penso, rifletto, cerco soluzioni che trovo e non mi piacciono. Perché io sono così: se sto ferma mi annoio. Ma nel fare spesso mi esaurisco. Ci metto troppa passione, troppa energia vitale. Ma come si fa a dare di meno? A moderarsi? Come si fa ad essere diversi da ciò che si è?

Allora chiedo aiuto al maritozzo. Lui è il "solido" di casa, quello con i piedi per terra. Il mio opposto e il mio complemento. Di lui mi fido: mi conosce bene e fiuta a distanza quando sto esaurendo le pile. Mi dice: "Ehi, datti una calmata... lo sai che poi ti blocchi." Io faccio spallucce, ignorando l'ammonimento, ma poi ci rimugino sopra. E mi prendo delle lunghe pause per rimettere le cose a posto.

Adesso è quel momento. E per l'ennesima volta mi trovo costretta a tagliare i rami. Che non sono secchi, ma verdi e rigogliosi. Che portano frutti bellissimi, ma faticosi da raccogliere. Mi riapproprierò di nuovi spazi: farò vuoto per riempire. Di momenti dedicati alla famiglia. Togliendo agli altri.

10/03/10

Papà e la disfagia

Disfagia. Negli ultimi giorni ho scoperto un nuovo termine.
Trattasi di problemi alla deglutizione; può manifestarsi in forma lieve oppure importante, interessare solo l'assunzione di liquidi oppure di liquidi e di cibi solidi. Praticamente il cibo, anziché finire nello stomaco, finisce nelle vie aeree causando polmoniti e infezioni gravi. Le conseguenze della disfagia sono: malnutrizione, disidratazione, perdita rapida di peso, anemia e diminuzione delle difese immunitarie. Tutti sintomi che manifesta mio padre sin dal primo ricovero in ospedale. Adesso, finalmente sappiamo. E' disfagico e ha difficoltà a ingerire i liquidi. Quindi, è necessario capire come assisterlo da qui in poi. Andiamo a parlare con i medici. Il percorso non sembra complicato perché basta aggiungere addensanti ai liquidi ma... c'è un ma. Nei malati di Parkinson la disfagia è uno dei sintomi dello stadio finale della malattia che inizia lieve e poi via via si aggrava. Però non v'è modo di stabilire quando, dipende sempre dal malato, dalle sue condizione e dallo stile di vita.

Decido di passare una notte al computer per capire meglio qual'è e come si manifesta questo stadio finale della malattia e come possiamo affrontarlo dando a mio padre tutta l'assistenza possibile, preservando la sua dignità, non solo di malato, ma anche di uomo. E alla fine scopro che con un'alimentazione per via enterale che si chiama PEG (gastrostomia percutanea endoscopica) è possibile vivere in maniera decente per il tempo che resta senza correre il rischio di morire strozzati con il cibo (perché è questa la causa maggiore di mortalità).  E' un piccolo impianto che viene inserito nello stomaco - per via endoscopica appunto - e che si collega a una macchina esterna che fornisce il cibo. Rapido consulto e torniamo a parlare con i medici. Ma la cosa non è tanto semplice da attuare. A quanto pare ci vuole il consenso del malato, oltre a tutta una serie di esami per stabilire l'indoneità all'impianto. E se il paziente non è in grado di capire e quindi di dare il suo consenso? Bisogna procurarsi un avvocato e fare domanda al giudice tutelare per l'amministrazione di sostegno. Tempi tecnici dai 3 ai 4 mesi. E nel frattempo uno muore di fame? Nel frattempo si tira avanti come si può con un'endovena o con il sondino naso gastrico. Mi sembra pazzesco! E oltretutto irrealistico. Ricordo d'avere fra le mie allieve un'assistente sociale che si occupa proprio di queste tematiche. Non perdo tempo e la chiamo al telefono per avere chiarimenti. Lei mi conferma le tempistiche e i "giri burocratici" per ottenere l'amministrazione di sostegno e mi spiega anche che l'endovena non è percorribile a domicilio (perché mio padre a breve sarà dimesso e rientrerà a casa) e che il sondino naso gastrico provoca molti problemi ed è utilizzabile per massimo 60 gg. L'unica via è accelerare la PEG. Ci consultiamo in famiglia ma i pareri sono discordi: c'è chi lo da già per spacciato e quindi trova la PEG inutile e invasiva, chi dice che non serve e chi - io - è favorevole. Impossibile prendersi delle responsabilità di decisione in queste condizioni. E come se non bastasse ci si mettono in mezzo anche sussurri (voci che giungono dal personale dell'ospedale, nonché da alcune suore che non conoscono la situazione) che insinuano un accanimento terapeutico! Secondo questi "illuminati" dar da mangiare a mio padre è accanimento terapeutico?? Sono inorridita. Volete farlo morire di fame? Andate a dirglielo voi che non gli date da mangiare perché è una tortura inutile. Ma chi ha stabilito quando morirà quest'uomo? Se nemmeno i medici e i neurologi che lo hanno in cura lo sanno! Certa gente dovrebbe pensare 1000 volte prima di aprire la bocca. E adesso siamo qui, fermi. Chi poteva decidere è confuso e non riesce a prendere una posizione. E intanto papà oggi mi ha detto con un filo di voce che voleva un po' di yougurt...


Commenti:


12 Marzo 2010 - 10:32
 
Cara Gin ho scoperto il tuo blog da un po', e per me sei diventata un esempio di donna coraggiosa e saggia. Una donna che vive la sua realtà con determinazione, che si fronteggia con la vita e cerca in se stessa la forza per contrastarne i mali. Ho una profonda stima e ammirazione per te, e sappi che nel mio piccolo ti sono vicina in questo momento disgraziato. Eppure - non è conosolatorio, lo so - il tuo vivere di ora potrà essere di insegnamento e forza a chi lo affronterà più avanti... Grande Gin! Don't give up! (non sei tipo) Con affetto, Anna Maria

02/03/10

Io sono una piazza

La mia amica virtuale violapensiero ha pubblicato giorni fa sul suo blog "Vento a nord est" una poesia di Alessandro Baricco che non conoscevo, ma che esprime le emozioni di questo periodo. Anch'io sono una piazza, un posto dove si intrecciano vite e si scambiano gioie e dolori. Ma sono anche una strada percorsa e ancora da percorrere...

"Sarebbe tutto più semplice se non ti avessero
inculcato questa storia del finire da
qualche parte, se solo ti avessero insegnato,
piuttosto, a essere felice rimanendo immobile.
Tutte quelle storie sulla tua strada.
Trovare la tua strada.
Andare per la tua strada.
Magari invece siamo fatti per vivere in una
piazza, o in un giardino pubblico, fermi lì,
a far passare la vita, magari siamo un crocicchio,
il mondo ha bisogno che stiamo fermi, sarebbe un
disastro se solo ce ne andassimo,
a un certo punto, per la nostra strada,
quale strada?
Sono gli altri le strade, io sono una piazza,
non porto in nessun posto, io sono un posto
."

01/03/10

Arrivederci Carlo!

E' un momento difficile...

E mentre sabato mio padre rientrava a casa, io accompagnavo un amico nel suo ultimo viaggio.
Carlo era un ragazzo genuino, di quelli di una volta. Dico era perché è morto il 18 febbraio scorso. Aveva 35 anni e come tutti i ragazzi amava la vita. L'avevo conosciuto andando a ballare, frequentando gli stessi ambienti, le stesse persone. Anche lui, come me, era un cialtrone salsero: amava la musica cubana, la salsa e tutto ciò che girava intorno a quel mondo. Aveva un carattere riservato e sensibile ma anche scanzonato e acuto nelle sue riflessioni ad alta voce. Mi aveva colpito subito per quello strano pallore che aveva sempre in volto e per quel non stare troppo bene che alternava a momenti di grande vitalità ed energia. All'inizio pensavo fossero problemi di alimentazione e abbiamo iniziato a parlare scambiandoci pareri su esami fatti o da fare. Poi ho capito che doveva esserci dell'altro... Ma rispettavo il suo riserbo, in attesa di un cenno. Non amo invadere gli spazi altrui, però se serve... ci sono.

All'improvviso, lo scorso ottobre l'ho visto male e ho inziato a pensare al peggio. Anni fa persi un amico per una leucemia fulminante e vedere Carlo così smagrito e pallido mi ha fatto venire in mente brutti ricordi. Poi, più niente, sparito, fino a quella frase detta da un comune amico, il 31 dicembre, al momento del brindisi di fine anno: "un pensiero al nostro amico Carlo...", seguito da un applauso di tutti i presenti. Carlo, Carlo, il pensiero mi tormentava ma nessuno diceva nulla, non arrivavano notizie. Fino a quella sera in cui aprendo il suo profilo su Facebook ho notato qualcosa di strano. Non so dirvi cosa ma era una sensazione forte, tanto forte da farmi prendere in mano il telefono e chiamare una comune amica. In pochi minuti ho saputo la verità: Carlo aveva un tumore e nessuna speranza di sopravvivere. Glielo aveva detto pochi giorni prima direttamente il primario dell'ospedale dov'era ricoverato. Il mio cuore si è fermato.

Perché? La prima domanda affiorata alla ragione. Dio, dimmi perché? E' giovane, ha ancora tante cose da fare... Perché? Eppoi, il sopravvento: come starei io se fossi al suo posto? Come reagirei? Le risposte mi rimbombavano in testa. Stupore, incredulità, rabbia, paura. Una marea di emozioni contrastanti sono affiorate insieme all'istinto di andare da lui. Subito. Mentre guidavo in direzione dell'ospedale pensavo a cosa avrei potuto dirgli. Cosa si può dire a un ragazzo che muore? Parole banali, probabilmente inutili. Così ho iniziato a pregare, chiedendo la forza per sostenerlo, le parole giuste per aiutarlo. O Dio aiutami, usami tu perché io non sono nulla...

Ero preparata a quello che avrei trovato ma quando sono entrata in quella stanza, varcata la soglia, è scesa dentro me una calma innaturale. Gli ho detto semplicemente:
«Sorpreso che sono venuta a trovarti?»
Lui ha spalancato gli occhi azzurri, grandi nel volto scavato: «No, mi avevano detto che saresti venuta.»
Mi sono seduta accanto al letto, gli ho preso la mano in silenzio, in attesa. E lui ha iniziato a parlare a fatica, raccontando tutto dall'inizio. Di quando gli avevano diagnosticato il tumore, di come avesse paura a raccontarlo agli amici perché temeva la loro reazione. Ecco perché non me l'aveva detto, ma non c'era nulla di che giustificarsi. Di come aveva affrontato la prima operazione, poi la chemio, di come i medici gli avessero detto che era guarito, non c'era più nulla da temere, e invece, eccolo qui ancora a combattere.
«E' un melanoma, sai?» Mi ha detto con forza. Ho annuito muta. Non volevo dire nulla, non volevo fermare quel fiume in piena, quel ragazzo che soffriva e aveva bisogno di condividere il suo dolore. Sentivo la rabbia, la disperazione, anche se le parole erano morbide.
«Sai cos'ho imparato stando qui, in questa stanza? Che la vita è bella e preziosa. E non voglio smettere di lottare. Anche se mi hanno detto che non c'è speranza.»
«Chi te l'ha detto?»
«Il primario. Mi ha detto che non c'è più niente da fare... ma io non smetto di combattere.»
«E fai bene. Nessuno può sapere di preciso... anche i medici spesso sbagliano. E la speranza non te la può togliere nessuno.»
«E' vero... Sai, non importa se uscendo da qui non sarà più come prima... se non potrò più ballare, fare le cose che facevo, pazienza. E così bella la vita lo stesso! In semplicità, senza grandi cose: una pizza con gli amici, quattro chiacchiere in compagnia. Niente di più.»
Sì, è vero. E' così bella la vita.... pensavo, mentre le sue parole cambiavano tono, facevano progetti, ricordando le serate trascorse insieme, la musica, gli amici. Tante parole dette in quelle poche ore, ma ognuna scolpita a fuoco nel mio cuore.

Poi è venuto il momento del congedo. Avevo per lui un dono speciale ma non sapevo se l'avrebbe gradito. Così, con semplicità, guardando i pupazzi sparsi per la stanza che gli amici gli avevano portato ho detto con un filo di voce: «Ho qualcosa per te. E' un dono speciale. Non ti conosco così bene da sapere se credi in qualcosa o in qualcuno... ma io ci provo lo stesso. Stamattina aprendo un cassetto prima di venire da te - un cassetto che apro ogni giorno - mi è venuta in mano questa. E' la medaglia miracolosa dedicata alla Madre di tutti; ha portato grandi gioie nella mia vita e alla mia famiglia e oggi lo dono a te, perché so che a te è destinata. Quando hai paura, ti senti perso, quando non sai più a cosa aggrapparti, aggrappati a Lei. Chiamala in tuo soccorso e vedrai che non ti lascerà solo.» Lui ha guardato la medaglietta nelle mie mani, poi ha guardato me e tirandosi su con una forza che pensavo non avesse mi ha abbracciata dicendo in un sussurro: «Però a volte mi arrabbio e dico brutte cose...» Gli ho sorriso. «Non ti preoccupare, una mamma ama sempre i suoi figli, anche quando si arrabbiano e sono cattivi.» Mi ha stretta forte ringraziandomi e mentre me ne andavo sentivo i suoi occhi addosso: «Tornerò presto Carlo. Verrò a raccontarti la storia della medaglietta.» Invece sono passati i giorni, ho preso l'influenza e non potevo assolutamente portare il virus in ospedale. Di lì a pochi giorni mio padre si è aggravato, l'hanno ricoverato in ospedale ed è arrivata un'altra telefonata: Carlo ha tre giorni di vita...

Ed io ho mollato tutto, lavoro, famiglia e impegni e sono corsa da lui, per dargli l'ultimo saluto. Frastornata dal dolore per lui e per la sua famiglia che ancora non conoscevo ma che presto avrei incontrato. Quando sono entrata in quella stanza silenziosa, rotta solo dal suo singhiozzare convulso, sono svanite tutte le buone intenzioni. Ero lì, nuda di fronte alla morte e non sapevo cosa fare, come aiutare quella famiglia straziata che stava lì accanto al suo capezzale, in attesa. Ho pregato in silenzio, ho condiviso le lacrime, ho cercato di dare  conforto; ma è possibile confortare una madre, un padre, che vedono morire anzitempo un figlio? Ero lì e mi facevo mille domande mentre Carlo apriva e richiudeva gli occhi. Era cosciente? Sì, lo era. Era presente e abbastanza lucido, nonostante la morfina. O Dio, ti prego, prendilo presto fra le tue braccia, non farlo soffrire così tanto. Dev'essere terribile sapere d'essere vicini alla fine. Perché lui sapeva, ne sono certa.

D'un tratto ho sentito una voce maschile nel corridoio; era il prete. Ho trattenuto il respiro. Carlo l'ha sentito entrare, lo conosceva ed ha aperto gli occhi. Ha fatto un cenno di diniego quando gli è stato chiesto se soffriva, se sentiva dolore. Sembrava sopito, ma a tratti era vigile. Il sacerdote gli ha chiesto se voleva pregare con noi e lui subito ha congiunto le mani. Lì ho capito. E nel mio cuore è scesa tanta pace mista a dolore. Stavo perdendo un amico terreno ma sapevo che moriva sereno. La medaglietta aveva lasciato un segno anche questa volta. Più tardi, mentre me ne stavo andando in punta di piedi Carlo ha spalancato i suoi occhi azzurri. E mi ha detto cose che solo il linguaggio del cuore conosce. Arrivederci amico mio. Mentre guidavo verso casa ho messo la "sua" musica a palla e ho pianto tutte le lacrime che avevo.

Questo post è dedicato a tutti gli amici di Facebook, di cui molti ancora non sanno cos'è successo; agli amici salseri che leggono il mio blog e a tutti i cialtroni che come me gli volevano bene.




Commenti:





02 Marzo 2010 - 09:45
 
Arrivederci amico mio, resta di te il ricordo di una bellissima salsa insieme.


02 Marzo 2010 - 11:41
 
So quello che provi, ho perso mia sorella per melanoma. Sei una persona forte lo si capisce da come scrivi e presto supererai il dolore... ti abbraccio Giusy

02 Marzo 2010 - 12:19
 
Ciao Gin, grazie.
non riesco ad aggiungere altro... cs


02 Marzo 2010 - 21:44
 
anch'io ho perso qualcuno...
e dovrei avere le parole...
invece non le ho.

ti giuro che ancora non le ho...
(un abbraccio) Violapensiero


03 Marzo 2010 - 12:02
 

Ciao Carlo, amico mio, ora balli nei cieli la musica più bella.


03 Marzo 2010 - 12:30
 
Aggiungo queste considerazioni, a mente fredda dopo i dolorosi eventi ma "a caldo" dopo aver letto il blog.
Quando sono andato a trovarlo, più o meno una settimana prima che ci lasciasse, era in camera da solo, luci basse e porta chiusa, rannicchiato su un fianco. Ho visto in lui una rassegnazione di facciata che mascherava una gran rabbia perchè, penso io, sentiva che gli era stato tolto qualcosa di molto importante: la famiglia, gli amici, il ballo. Cose per cui vale la pena vivere e che "danno vita agli anni". Ho cercato di non farmi vedere abbattuto, di condividere un po' di forza d'animo con lui, ma è stato il contrario: lui mi dato i motivi per riprendere a ballare con l'entusiasmo, l'impegno, la curiosità, l'energia e la costanza di quando ho cominciato. Spero di non deluderlo ...
Quando l'ho salutato, nonostante non avesse ormai molte forze in corpo, si è sollevato quasi a sedere e mi ha dato una stretta di mano così forte e calorosa che è stato davvero difficile non mettersi a piangere davanti a lui. Uscendo dall'ospedale ho infilato gli occhiali da sole, nonostante fosse buio, e chiuso il giubbotto: anche se nei corridoi c'era un caldo insopportabile, sentivo freddo dentro. Durante i viaggi di ritorno, dall'ospedale e dal funerale, ho cercato rifugio nella musica che lui tanto amava, come hai fatto tu. Ciao Carlo.


03 Marzo 2010 - 18:50
 
Ciao Gin...ti ringrazio di questo bellissimo scritto...mi ha fatto piangere come in quei giorni. Ero li negli ultimi istanti e non so ancora il perche mi ha ritenuto degno di esserci..lo conoscevo da così poco...ma gia sapevo che stavo perdendo una gran persona..un grande Amico. Non vorrei dire altro per non sembrare retorico...un saluto a Te Carlo e veglia su di noi !! G.


05 Marzo 2010 - 17:16
 
Inutile ringraziarti Gin...... perchè sai bene che GRAZIE è dire poco.... Anche io e lo sai...ero lì.....gli ho tenuto la mano...sperando di riuscire a trovare nel mio cuore le parole che solo lui avrebbe dovuto recepire..... nel suo ultimo momento...terreno.... ero lì quando ha lasciato un silenzio assordante..... MA.... è stato importante poterci essere... Carlo me l'ha permesso..... e di questo potrei continuare a ringraziarlo in eterno.....
Ora ogni volta che ballo....e ballerò......lo ritroverò al centro della pista.... con quelle sue movenze....e quel sorriso BUONO.......
Il mio Cricet Man vive in me....e così sarà per sempre..........
Ciao carlo.
T.


06 Marzo 2010 - 09:14
 
Bravissima, la tua delicata penna è giunta al mio cuore! Sai cara quella medaglietta io ce l'ho sempre con me, la Madonna miracolosa è una madre amorevole e compie miracoli, come la conversione di Alfonso Ratisbonne. Il tuo amico è morto fra le braccia di Maria e lo deve a te, Carlo è in paradiso ed ora è il tuo angelo custode. Noi non possiamo comprendere il disegno divino, ma secondo me, chi muore prematuramente è stato risparmaito a grandi sofferenze che avrebbe avuto in terra. Tu hai consentito il passaggio di Carlo con gioia, attraverso la Madre celeste.
Buona giornata, cara.
una carezza al tuo cuore.
annamaria* 


16 Marzo 2011 - 11:42
 
ciao
e grazie per aver scritto questo post per ricordare il buon Carlo, ormai è passato già un anno e molti di noi sentono sempre la sua mancanza, ed ogni volta che ci riuniamo, sembra strano a dirlo, ma sentiamo la sua presenza e la sua energia, è volato in cielo ma allo stesso tempo voglio pensare che ogni volta che vado a ballare  lui è li con noi a ridere, scherzare e ballare come facevamo un tempo.
Ciao Carlo
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